L'intervista al presidente provinciale Andrea Elmi pubblicata sul quotidiano La Nazione (ed. Lucca) il 10 gennaio 2026.
E’ un inverno caldissimo, che nemmeno la neve di questi giorni riuscirà a raffreddare, quello che attende gli agricoltori di Coldiretti in mobilitazione ormai permanente. Dalla protesta in Piazza del Giglio dello scorso 6 novembre per chiedere alle istituzioni di applicare urgentemente le misure per il contenimento del virus della peste suina veicolata dai cinghiali, una bomba da orologeria per il settore della suinicoltura e non solo, alla grande mobilitazione di Bruxelles dello scorso 18 dicembre al grido “senza i contadini non si governa” contro i tagli alla Politica Agricola Comune ed il Mercosur, l’accordo di libero scambio con i paesi del Sud America in discussione proprio in queste ore, dalla “gabella” dei dazi americani alla battaglia delle battaglie sulla trasparenza degli alimenti e la sicurezza alimentare, non solo in Italia. E’ Andrea Elmi, Presidente Coldiretti Lucca, ad indicare la prossima tappa dello stato di agitazione: “torneremo in piazza, in Toscana, con migliaia di colleghi tra la fine di questo mese e l’inizio del prossimo. Ma prima passeremo, perché questo è il metodo di Coldiretti, dai territori per incontrare ed ascoltare i nostri soci e condividere con loro le istanze della nostra piattaforma. Questi sono mesi decisivi per le sorti delle imprese agricole del nostro territorio e del settore, in forte sofferenza ormai da anni”.
Quali sono le cause di questa crisi? “Prodotti sottopagati, costi di produzione lievitati, concorrenza sleale, burocrazia, importazioni di materie prime extra UE che non rispettano i nostri standard di produzione, cambiamenti climatici, fauna selvatica ed ora la PSA: sono tutti fattori che hanno contribuito a far chiudere una impresa su tre lucchese due negli ultimi dieci anni con tutto ciò che ne consegue per il territorio, l’ambiente, l’occupazione e la sopravvivenza di borghi e aree rurali”.
Dopo le proteste di queste settimane che hanno visto anche Lucca con una vostra delegazione in prima linea l’Europa sembra aver fatto un passo indietro almeno sulla Pac: è così? “Non chiamarlo gatto fino a che non è dentro il sacco: recita un proverbio. Non ci fidiamo della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati. Il lavoro del nostro Governo, e dobbiamo dargliene atto, ha permesso di trovare tra le maglie dei fondi di coesione 10 miliardi in più per gli agricoltori italiani, quindi anche del nostro territorio nella prossima programmazione 2028-2034. Si tratta di un miliardo ulteriore con un netto passo indietro rispetto al folle tentativo della presidente della commissione di ridurre del 20% le risorse. Ora agli annunci devono seguire atti legislativi europei che senza ogni dubbio e discrezionalità, garantiscano che questi soldi siano destinati alla difesa del reddito degli agricoltori”.
Tra i temi che stanno infiammando le piazze c’è il Mercosur: qual è la vostra posizione? “Siamo stati noi, unici e soli, ad alzare il velo sui pericoli di questo accordo scellerato che rischia di spalancare le porte del mercato europeo a riso, carne, soia ed altri prodotti agricoli ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. Senza una vera reciprocità e controlli stringenti alle frontiere questo patto, e tutti quelli che in futuro l’Europa intenderà approcciare, non può essere firmato. Noi esportiamo prodotti di qualità nel mondo, ma importiamo spazzatura. La vendita di qualche auto in più in Brasile non può giustificare i rischi per la salute dei cittadini”.
Qual è invece l’impatto dei dazi Usa sulle esportazioni agroalimentari lucchesi? La politica di Trump danneggia prima di tutto i suoi consumatori favorendo l’italian sounding, alimenti prodotti in America con ingredienti americani che scimmiottano la nostra pasta, salumi e formaggi e lo stesso olio. E sicuramente anche le nostre imprese che devono pagare una tassa del 15% per poter vendere in quel mercato. L’effetto, almeno nella prima parte del 2025, si sta facendo sentire soprattutto su vino e olio, i prodotti di punta: registriamo una riduzione del 13% delle esportazioni di prodotti agroalimentari e del 50% per quelli agricoli. E’ stata per ora invece salvata la pasta tricolore: una nota positiva per la filiera del grano.
Tra i temi che vi stanno più a cuore c’è quello della trasparenza del cibo, della tracciabilità: a che punto siamo? In Italia siamo all’avanguardia. E’ stata prorogato per un altro anno l’obbligo di indicare l’origine della materia prima prevalente sull’80% della spesa in pratica. L’obiettivo è di estendere questo principio di trasparenza a tutti i prodotti della spesa anche in Europa. L’altro elemento assolutamente da rivedere è il meccanismo del codice doganale che consente, con l’ultima trasformazione sostanziale, di poter etichettare un prosciutto italiano partendo da una coscia tedesca o peggio ancora extra Ue. Sono un elemento di competitività per le nostre imprese e di garanzia per i consumatori.
